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giovedì 14 gennaio 2021

Porta Cremona


Fonte: Google maps

Indirizzo: Piazza Pietro Zaninelli (Nel centro abitato, isolato) - Lodi (LO)

Tipologia generale: infrastrutture e impianti

Tipologia specifica: porta

Epoca di costruzione: 1790 - 1792

Autori: Dossena Antonio, rifacimento; Botelli Giovanni, costruzione; Rossi Giovanni Maria, costruzione

Uso attuale: intero bene: porta d'ingresso alla città

Uso storico: intero bene: porta d'ingresso alla città

Condizione giuridica: proprietà Ente pubblico territoriale


Porta Cremona, nota anche come Porta Cremonese, è un monumento di Lodi.

È l'unica rimasta tra le antiche porte di accesso alla città, impiegate per secoli come barriere daziarie.


In epoca medievale, per accedere alla città da sud bisognava attraversare un ponte levatoio sulla roggia Molina, e quindi la porta detta "cremonese". Per difendere e controllare il territorio della sottostante palude di Selvagreca, l'imperatore Federico II, nipote di Federico Barbarossa, nel 1234 fece erigere in questa zona anche un castello che ebbe però vita breve: dopo la morte dell'imperatore, nel 1251 i milanesi, entrati in città con l'aiuto di Sozzo Vistarini, ne imposero la distruzione.

Al giorno d'oggi, dalla scalinata che porta il nome dell'imperatore si può vedere una torretta di guardia, detta specola.
La porta cremonese presenta tre ingressi: quello centrale veniva utilizzato dai carri con le merci e dai nobili a cavallo, e veniva chiuso con un portone in legno al tramonto, i due laterali erano riservati ai pedoni.
L'aspetto attuale è dovuto al completo rifacimento realizzato tra il 1790 e il 1792 dall'architetto Antonio Dossena.

La barriera daziaria a Lodi venne abolita il 30 aprile 1911, in esecuzione della deliberazione del Consiglio Comunale del 23 aprile 1910; a ricordo dell'evento venne posta sulla Porta una lapide commemorativa.

Dopo la seconda guerra mondiale venne proposto di abbattere la porta, ormai divenuta inutile, per ragioni viabilistiche; tuttavia, in considerazione della sua importanza storica e architettonica, essa venne sottoposta a vincolo da parte della Sovrintendenza ai Monumenti e pertanto tutelata.

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Un documento di particolare interesse è stato redatto dall'Arch. Daniela Oreni nel 2011, significativa RELAZIONE STORICA di Porta Cremona, in 23 pagine complete di foto storiche e mappe.

Link:
http://www.comune.lodi.it/relazioni%20porta%20cremona/relazione%20storica%20porta%20cremona.pdf 


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Fonti:
Wikipedia
Google Maps
Arch. Daniela Oreni

sabato 4 novembre 2017

Il Torrione

Il torrione del Castello di Lodi fa parte delle innovazioni apportate da Francesco Sforza al complesso fortificato di precedente epoca viscontea.

 I cambiamenti strutturali e le aggiunte dell'epoca sono espressione del nuovo tipo di fortilizio, dai caratteri esclusivamente militari e dall'impianto concepito per fronteggiare le armi da fuoco, che si va affermando in Italia nello scorcio del Quattrocento.
Il tipo della rocca si distingue da quello del castello medievale, oltre che per il suo scopo esclusivamente militare, senza concessioni all'aspetto residenziale o estetico, per connotazioni architettoniche e difensive nuove: spesse muraglie, bassi torrioni, imponente rivellino, profondi fossati, sistematico impiego dell'apparato a sporgere.


Il torrione originale a sezione rotonda, era alto circa 16-17 metri.
(foto sottostante)

Il torrione in una foto d'epoca prima dei lavori di innalzamento
 Nel 1905 il Comune di Lodi (proprietario dell'intero Castello dal 1866), fa innalzare la torre fino all'altezza di circa 33 metri, adibendola a serbatoio dell'acqua.
Dimensioni e struttura del torrione attuale sono da ricondurre a questo momento storico.


 La torre del Castello di Lodi è una struttura costituita da una parte storica originale (fondazioni e struttura fuori terra fino a 16-17 metri di altezza) e dalla parte superiore costruita in epoca recente. La muratura è realizzata in mattoni pieni su tutta la superficie. Lo spessore varia da 190 a 685 centimetri ai piani bassi. 
Attualmente solo gli ultimi due livelli del torrione sono visitabili attraverso l'accesso presente su un terrazzo concesso, assieme al resto dell'ex complesso fortilizio, in affitto alla Questura.

I restauri dell'anno 2010

I lavori di consolidamento e restauro del Torrione del Castello sono stati il primo intervento di attuazione dell'ambizioso progetto di recupero e valorizzazione turistica degli antichi percorsi sotterranei della Lodi medievale, che trovano proprio nel Torrione il loro principale "snodo", nonché il futuro punto di partenza degli itinerari alla scoperta della Lodi più misteriosa e nascosta.
Il progetto è stato elaborato dall'architetto Sergio Rettura, con la collaborazione del geometra Paolo Tarenzi per il rilievo geometrico del Torrione e del fossato, dell'architetto Cinzia Robbiati per il rilievo materico e del degrado del Torrione, del Revellino esterno ed interno e dell'ingegner Gabriele Malvasi per il progetto di consolidamento del paramento esterno.
L'operazione di restauro del Torrione ha comportato un investimento di circa 380.000 euro, su una spesa totale di 1 milione di euro prevista per il piano recupero della "Lodi Sotterranea", con una copertura finanziaria garantita prevalentemente dal Comune e in parte da un contributo della Fondazione Cariplo.

"In base ad una convenzione stipulata con il Comune - spiega il sindaco, Lorenzo Guerini - a realizzare l'intervento è stata direttamente l'Associazione Lodi Murata, ai cui studi e alle cui attività di promozione e divulgazione si deve la riscoperta dei percorsi sotterranei e l'intuizione di recuperarli ai fini della valorizzazione turistica. I capisaldi di questo percorso saranno il Torrione, il Revellino esterno, il Revellino interno, il fossato del Castello e i ruderi dell'arco sottostante la Porta Regale. In questo primo lotto di opere, relative al Castello, la priorità è stata assegnata al recupero del Torrione, a causa del suo degrado. Ha preso così il via un progetto di straordinaria importanza per la città, che contribuirà a preservare preziose testimonianze del suo passato e a favorirne la conoscenza, non solo tra i lodigiani ma tra un pubblico più vasto, con l'obiettivo di diventare un punto centrale e qualificante dell'offerta turistica di Lodi".

Di seguito, le principali fasi dell'intervento realizzato:
  • consolidamento e ricostruzione del paramento murario; le zone crollate sono state ricostruite con laterizi di tipologia e dimensione simili agli esistenti
  • messa in sicurezza dei merli e delle copertine tra i merli con integrazione dei laterizimancanti, rimozione e riposizionamento di tutte le parti in fase di distacco
  • sistemazione del tetto e della lanterna, compreso riposizionamento dell'asta portabandiera
  • verifica dello stato dei cornicioni in laterizio e integrazione delle parti mancanti
  • stilatura dei conci del cornicione in pietra
  • consolidamento delle architravi lapidee fratturate, con inserimento di protesimetalliche e malte di calce
  • risarcitura delle lesioni con iniezioni di malte a base di calce idrata
  • sanificazione, disinfestazione ed applicazione di reti e dissuasori anti volatili sui lati interni di tutti i vani
  • lavaggio dell'intera struttura con acqua demonizzata a bassa pressione


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Fonti:
http://www.comune.lodi.it
http://www.milanoneicantieridellarte.it

Castello Visconteo




Indirizzo: Piazza Castello, 30 (Nel centro abitato, isolato) - Lodi (LO)

Tipologia generale: architettura fortificata

Tipologia specifica: castello

Epoca di costruzione: ca. 1370

Uso attuale: intero bene: uffici della Questura

Uso storico: intero bene: destinazione originaria

Condizione giuridica: proprietà Stato

Configurazione strutturale:
La torre rotonda mantiene di originale il basamento a scarpa sul quale si innesta il corpo cilindrico che termina con una merlatura a coda di rondine ed è stato ricostruito all'inizio del Novecento per ospitare la cisterna dell'acqua potabile.

Il Castello Visconteo di Lodi è una costruzione medievale che fungeva da fortezza difensiva.
La cittadina lombarda era circondata da una cinta muraria, lungo la quale si aprivano tre porte di accesso alla città (Porta Imperiale, Porta Cremonese, Porta Pavese.

Castello Visconteo in una mappa
La porta Regale, che dava verso Milano era la più insicura, e quindi Federico Barbarossa decise di commissionare l’edificazione del Castello. La struttura venne rimaneggiata varie volte con il passare del tempo, e ciò che noi possiamo ammirare oggi risale al periodo che va dal 1355 al 1370, su commissione di Barnabò Visconti, che desiderava avere anche quattro torri e profonde prigioni, da situare nel sottosuolo.

Le modifiche apportate successivamente sono importanti perché hanno consentito di preservare l’integrità dell’edificio in quanto struttura difensiva. Le tecniche belliche andavano sempre più affinandosi, e la fortezza doveva anche resistere alle cariche dell’artiglieria.
Sotto la dominazione austriaca di Francesco Giuseppe l’edificio subì notevoli danni a causa di lavori che hanno demolito l’edificio.

Oggi il Castello Visconteo non è visitabile, in quanto è sede della Questura della Polizia di Stato.
 Nel 1906 uno dei torrioni del Castello Visconteo venne modificato per contenere le acque dell’acquedotto comunale. Alcuni storici ipotizzano che Lodi fosse attraversata da una rete viaria sotterranea, che collegava le varie zone della città. Probabilmente la galleria che partiva dal Castello conduceva al Sagrato di Piazza della Vittoria

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Fonti:
http://www.geoplan.it

venerdì 16 giugno 2017

Tarantasio il mostro del lago Gerundo

http://www.bassabergamascaoccidentale.it/wp-content/uploads/2016/10/14572444_1223238004363122_8017970938773377311_n.jpg

Storie e leggende si tramandano per il drago del Lago Gerundo.
Tra le curiosità, ad Arzago è conservata una colonna che il sindaco abbraccia fisicamente quando giura fedeltà dopo la sua elezione e che, secondo gli anziani, veniva utilizzata come punto d'attracco per le barche: ma quali barche, visto che l'Adda scorre a chilometri dal paese?
A Pontirolo metà dell'abitato si trova più in basso rispetto al resto del paese e, dietro la chiesa parrocchiale di San Michele, che svetta nella parta «alta» del territorio, c'è una strada che si chiama via Costiola: ma a quale «costa» si fa riferimento? E ancora: tra Fara d'Adda e Cassano si trova la località Taranta, ma qual è l'origine di questo strano nome?

La risposta a tutti questi interrogativi sta nel lago Gerundo, un vastissimo specchio d'acqua che, secondo la tradizione, avrebbe occupato secoli fa il territorio dell'attuale Gera d'Adda, fino alle attuali province di Crema e Lodi, e a cavallo con il Milanese. Anzi, Crema sarebbe nata proprio su una delle isole in mezzo al lago, l'isola Fulcheria, mentre Lodi spuntava sul monte Eghezzone, altra altura che fuoriusciva dal lago. 

http://files.pianuradascoprire.it/galleryPhoto/100/149/0.jpg

Il nome Gerundo deriverebbe da «gera», vale a dire ghiaia.
Durante le invasioni barbariche (tra il II e il V secolo d.C.) il lago raggiunse i 35 chilometri di larghezza, i 50 di lunghezza e i 25 metri di profondità: talmente grande da essere chiamato mare, benché «mara» in latino significhi anche palude.

Alimentato dai fiumi Adda, Brembo, Serio e Molgora, il Gerundo veniva navigato con delle piroghe. Residui di questo leggendario lago sarebbero stati prosciugati attorno all'anno Mille, nel corso di una bonifica fatta da monaci di quella che ormai era diventata una zona acquitrinosa e pericolosa per la salute. Proprio l'aria insana che fuoriusciva dal lago ha dato origine al mito nel mito: anche il lago Gerundo, come tutti i laghi che si rispettino, aveva il suo mostro.
Si chiamava Tarantasio, aveva un alito pestilenziale, faceva affondare le barche e mangiava i bambini.

https://www.vitalianobiondi.it/s/cc_images/teaserbox_45281015.jpg?t=1487438313
A seconda delle zone, il Nessie di casa nostra si presentava con una diversa «forma»: serpente, mostro alato, drago, leone di mare, enorme cane. E, sempre a seconda del territorio, sono diverse anche le leggende tramandate sulla sua uccisione: ammazzare Tarantasio significava diventare eroi o consacrare il proprio eroismo. 

E infatti i «candidati» all'uccisione del mostro del Gerundo sono nomi noti della storia, non solo locale. I più conosciuti sono cinque.
 Primo: il patrono delle acque San Cristoforo che, secondo la tradizione, portava Gesù sulle spalle e per questo, grazie alla sua intercessione, venivano salvati dal lago i bambini che rischiavano di essere uccisi da Tarantasio.
Secondo: il vescovo di Lodi Bernardo de Talente, alla guida della diocesi dal 1296 al 1307. Grazie a lui Tarantasio sarebbe apparso l'ultima volta il giorno di San Silvestro del 1299: il primo gennaio 1300 il mostro scomparve del tutto e il lago evaporò.
Terzo: San Colombano, lo stesso che venne dagli abitanti di Inverness per uccidere il mostro di Loch Ness. Agilulfo, re longobardo, gli chiese di fare lo stesso con Tarantasio. Sarebbe riuscito nel suo intento dove oggi sorge il comune milanese di San Colombano al Lambro.
Quarto: nientemeno che Federico Barbarossa

Dopo il 1150 la sua fama fu molto esaltata in Lombardia e, proprio per questo, non si sarebbe potuto che addebitare a lui anche l'uccisione di un mostro lacustre. Nello stemma della sua casata, gli Hohenstaufen, è inoltre presente un leone che richiamerebbe Tarantasio.

Infine la leggenda più «bergamasca»: Tarantasio sarebbe stato ucciso nel XII secolo dal capostipite dei Visconti, Umberto. I Visconti governarono Milano dal 1277 al 1447 alimentando leggende sulla loro origine. Umberto uccise Tarantasio nella campagna di Calvenzano: da qui l'origine del simbolo della casata, il Biscione che mangia un bambino, citato anche da Dante nel canto VIII del Purgatorio – «la vipera che il milanese accampa» – e ripreso dal Comune di Milano e, in tempi più recenti, da Mediaset, dall'Inter, dall'Alfa Romeo.


Tarantasio è poi noto a livello internazionale, anche se pochi lo sanno, perché l'Eni avrebbe preso spunto da Tarantasio per disegnare il cane a sei zampe dell'Agip, visto che il primo giacimento di metano venne scoperto nel 1944 a Caviaga, frazione di Cavenago d'Adda, nel Lodigiano, in piena zona Gerundo.


Di Tarantasio restano dunque oggi parecchie testimonianze (compresa una costola, in realtà riconducibile a un animale preistorico), così come del lago. Le più evidenti sono le coste (da Pontirolo a Casirate è chiaro il dislivello del terreno), poi i toponimi (Gera d'Adda, via Gerola, via Costiola) e alcuni reperti come le colonne per gli ormeggi delle navi (ad Arzago, Pandino, Rivolta, Casirate, Truccazzano).

In realtà, 25 mila anni fa l'intera Pianura Padana era sommersa d'acqua, che si è poi prosciugata: in alcuni punti rimasero specchi d'acqua e il Gerundo sarebbe stato tra questi. Il primo a citarlo fu Plinio il Vecchio, cronista d'epoca romana: nella «Naturalis historia» (77 d. C.) fece riferimento ad alcune zone da bonificare, compreso il Gerundo. In epoca longobarda Paolo Diacono scrive: «Causa l'incessante e torrenziale pioggia, l'irruenza dei fiumi Adda, Serio e Oglio, straripando sulla pianura in massa enorme e incontrollabile, creano il grande lago».

Umberto Cordier, nella sua «Guida ai draghi e mostri in Italia» del 1896, scriveva: «La realtà fisica del Gerundo è indiscutibile: si fonda su macroscopiche prove geologiche, paleontologiche, archeologiche, documentali».
 Insomma, benché prosciugato, il lago Gerundo è ancora lì, nella Gera d'Adda.
E basta poco per vederlo.

Fabio Conti
R.clemente
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Fonte: http://www.ecodibergamo.it/stories/storie-dimenticate/393539_copia_di_nelle_acque_del_lago_gerundo_sulle_tracce_del_mostro_tarantasio


venerdì 5 giugno 2015

Arte in TAVOLA - maioliche lodigiane tra '700 e '900


"In viaggio tra le maioliche lodigiane tra passato remoto e passato prossimo"

Spazio Bipielle Arte di Lodi
Via Polenghi Lombardo (di fronte alla stazione)
 dal martedì al venerdì dalle ore 16:00 alle 19:00
il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00
lunedì chiuso
Ingresso libero

Con la mostra ARTE IN TAVOLA Maioliche lodigiane tra '700 e '900 - curata da Anty Pansera - Comune di Lodi, Fondazione Banca Popolare di Lodi e Delegazione di Lodi-Melegnano del FAI raccolgono la sfida a fare di Lodi una meta attrattiva per un turismo culturale che, partendo da EXPO 2015, si allarghi alla scoperta del territorio e delle sue eccellenze.
In particolare viene proposta una produzione di assoluto pregio che ha reso celebri le fornaci dell'area lodigiana con picchi di eccellenza soprattutto nel '700 e nell'800.


Pezzo forte della mostra è l'allestimento di una tavola apparecchiata che ci permette di vedere in tutta la sua magnificenza la mise en table di un intero servizio, arricchito dai suoi accessori coordinati, proprio come nelle grandi tavole aristocratiche del passato.


Si tratta di un'espressione d'arte che per splendore e raffinatezza di esecuzione testimonia l'alta qualità e il decoro attribuiti alla mensa, non solo come luogo di convivialità e di piacere, ma anche come teatro di una scenografia, richiesta da una committenza colta ed elitaria.
Una produzione che ha caratterizzato così profondamente la città da incidere anche sul suo sviluppo urbanistico e che permette anche di riflettere sull'organizzazione sociale di Lodi.


La mostra si apre con una storia urbanistica della città attraverso i luoghi della ceramica raccontati con una grande mappa, immagini fotografiche e documentarie e video interattivi.
Si snoda attraverso cinque sezioni all'insegna dei colori (blu, verde, giallo, paonazzetto, bianchi), raggruppando pezzi articolati per la tipologia del decoro: dalla flora alla verdura, ai pesci, alla fiamma, dalla cineseria, agli oggetti in disuso, fino ai manufatti con decori mitologici.
Uno spazio particolare è dedicato alle zuppiere, emblema della ceramica lodigiana, ai piatti da parata e ai vasi ornamentali.


Anche attraverso il suo allestimento, la mostra offre un percorso non convenzionale ed emozionale, dove in modo inedito si mischiano gli stili, le epoche e le aziende produttive per dare una visione di maggior respiro di questa arte così raffinata dove il servizio da tavola per l'aristocrazia dialoga perfettamente con gli oggetti di uso comune.


La rassegna si chiude con un omaggio alle fornaci contemporanee e alle più antiche espressioni di ceramica lodigiana, a testimoniare da dove veniamo e quali eccezionali competenze artigianali siano ancora vive sul territorio, seppur tra molte difficoltà.



L'attenzione rivolta da EXPO 2015 al grande tema dell'alimentazione non può trascurare anche gli aspetti sociali e culturali che nel corso dei secoli sono stati collegati al cibo, alla sua preparazione e assunzione.


 Quasi un rituale cui non è certamente estranea la componente estetica: il banchetto come apparato, occasione di mostrarsi e di mostrare buon gusto ed eleganza nel corredo della tavola.


La consapevolezza di essere custodi e depositari di un tesoro prezioso, e l'orgoglio di poterlo mostrare a una platea internazionale, impegnano l'Amministrazione Comunale di Lodi a offrirlo oggi alla conoscenza, specie dei giovani che mai hanno avuto modo di ammirarlo nella sede museale, momentaneamente chiusa.

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Piatto da barba
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Piatto "da barba" nel quale si versava acqua per la rasatura della barba maschile
CURIOSITA'
Un piatto di simile fattura e decorazione, è parte integrante della collezione di piatti da barba, presente nelle sale del castello Visconti di San Vito a Somma Lombardo.

Fonte foto: www.castelloviscontidisanvito.it/gallery
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L'obiettivo di riaccendere i riflettori su questa forma di civiltà materiale così ricca di legami con la terra rientra perfettamente nella mission di istituzioni culturali come il FAI-Fondo Ambiente Italiano, coinvolto nel progetto, che si propone la tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico nazionale e locale.


Primo episodio degno di nota in area locale fu l'importante mostra sulle Maioliche lodigiane del '700 nelle collezioni private, organizzata nel 1995 dalla Delegazione FAI di Lodi-Melegnano.


Ospita la mostra ARTE IN TAVOLA lo spazio Bipielle Arte, parte del complesso concepito da Renzo Piano per integrarsi a pieno nella cornice storica della città di Lodi, sia dal punto di vista urbanistico, raccordando perfettamente l'asse della stazione ferroviaria con la cerchia storica della città, sia dal punto di vista cromatico, nel cotto dei suoi rivestimenti, che richiama quello storico della terracotta delle chiese, delle mura fortificate, delle aziende storiche delle campagne padane.


La disponibilità di una sede espositiva così prestigiosa consente di valorizzare, con un allestimento di grande efficacia, il fascino discreto e squisito dell'arte della tavola, abbellita dai pezzi a gran fuoco e piccolo fuoco delle maioliche di Lodi. 




La mostra ha ottenuto il Patrocinio di AiCC (Associazione italiana Città delle Ceramica),
ADI Lombardia (Associazione per il Disegno Industriale)
e rientra nelle iniziative Lodi 2015 - Living Expo. 
Con il sostegno di Rotary Club Adda Lodigiano. 
Cura e coordinamento scientifico di Anty Pansera
Con contributi di: Cecilia Cametti, Felice Ferrari, Maria Emilia Moro Maisano e Sarah Speranza Spinelli. 
Si ringrazia: Francesca Dtebolini (Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Milano, Bergamo, Como, Lecco, Lodi, Monza, Pavia, Sondrio e Varese). 
Allestimeno e grafica a cura di Sarah Spinelli e Chiara Paradisi - Studio Pixel.

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Info mostra (in orari di apertura) tel. 0371 580351 
e-mail: bipiellearte@fondazionebipielle.it 

Ufficio stampa: Erica Prous Studio, Milano 
+ 39 347 12 00 420 - studio@ericaprous.com

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Fonte:
Testi - http://www.comune.lodi.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/6201/UT/systemPrint
Foto - Angelo Galani

lunedì 30 marzo 2015

La fornace del Sandone


La fornace del Sandone, prende il nome dalla cascinetta che vi sta davanti.

Costruita nella seconda metà dell'Ottocento, quì vi  furono cotti tutti i mattoni con i quale fu fatto il grande sotto-passaggio della ferrovia, tuttora perfettamente a posto, a dimostrazione di un lavoro ben fatto e rigoroso.

Anticamente le fornaci erano adibite alla cottura dei materiali argillosi, quali laterizi, vasi, statue.
Nel Lodigiano l'uso delle fornaci ha tradizioni lontane, probabilmente legato già alla cottura del vasellame della cultura protovillanoviana, dei cosiddetti "campi d'urne", tra Miradolo, S. Colombano al Lambro, Graffignana (1200 a.C.). Testimonianze posteriori si hanno poi coi "tegoloni" delle tombe gallo-romane, di cui alcuni sono conservati nei musei di S. Colombano e di Lodi.

È senz'altro il periodo romano che determina l'affermarsi dell'uso delle fornaci nel Lodigiano: territorio privo di pietra naturale da costruzione, si deve basare sulla "pietra artificiale" cotta, per erigere manufatti ed edifici. Altra componente primaria di tutto ciò è la presenza, in questa zona, nel primo sottosuolo, di filoni argillosi. 

I mattoni in cotto ben conservati della Fornace Sandone che costituiscono l'intera copertura delle pareti del sotto-passaggio della linea ferroviaria di Lodi

Le argille dominano per una vasta striscia che serpeggia da Zelo Buon Persico a Paullo, a Mulazzano, proseguendo poi per Tavazzano, Lodi Vecchio, sino alla costiera del Lambro, toccando S. Angelo Lodigiano e Borghetto Lodigiano. Un altro filone segue la linea del Brembiolo: Brembio, Zorlesco, Casalpusterlengo, Somaglia. Un'altra vena di argille, dette "litone" di Po, si trova tra Senna Lodigiana e Orio Litta, argille molto pure usate per stoviglie e lavori particolari e argille meno pure usate per lavori ordinari: mattoni. 

Indiscussa e ricca la produzione di laterizi e vasellame in epoca romana. Tradizione che si consolida e prosegue poi nelle epoche successive: "i tegoloni" di epoca longobarda, i "cotti" delle abbazie benedettine e cistercensi. 

Il camino della fornace, l'unico manufatto dell'intero complesso che è ancora visibile

Di una fornace, sull'antico corso della Venere, tra Lodi Vecchio e Tavazzano, si parla in un documento del 1221 e può aver avuto un ruolo nelle ricostruzioni di Laus nel periodo delle lotte comunali con Milano. Un'altra è stata attiva fino a non molto tempo fa tra Lodi Vecchio e Salerano al Lambro. Una fornace ebbero i cistercensi di Valera per i bisogni della loro estesa possessione ed è probabile che ne avessero una anche quelli del Cerreto. 

Un'altra fornace di laterizi di notevole importanza, di proprietà del duca Francesco Sforza di Milano, si trovava appena fuori la città di Lodi, presso l'Adda, prima del 1452. 

Tra Cinquecento e Seicento si evolve la tradizione delle maioliche e ceramiche a Lodi, industria legata al laterizio. 

È un vasaio e fornaciaro casalese, secondo la tradizione, nel secolo XVI a costruire, plasmandola con l'argilla e cuocendola in fornace, la statua di buona fattura della Madonna dei Cappuccini di Casalpusterlengo. Nel 1524 per l'erezione dell'oratorio di S. Rocco di Dovera fu preparata e attivata una fornace di laterizi nelle vicinanze: infatti alcuni campi della zona portano ancora la denominazione di "fornace". 

Il laterizio ed il cotto sono protagonisti indiscussi dell'architettura lodigiana. A Lodi le varie fornaci fuori porta Adda sono derivate dall'editto del 30 marzo 1728 del Senato di Milano che ordinava di trasportare fuori città le fornaci di maioliche, calce, mattoni ed altri laterizi, perché spesso minacciavano incendi. 

È probabile che per l'erezione di grandi complessi agricoli (cascine) si facesse ricorso alla costruzione di fornaci nelle immediate vicinanze: fornaci di tipo "a pignone" semplici, ma funzionali. 

Le fornaci classiche tuttora in parte visibili sono di tipo "Hoffmann" con un'alta ciminiera centrale o laterale all'edificio. Sulle cosiddette "coste" tra Casalpusterlengo e Somaglia ebbe sede alla fine del secolo scorso una delle più grandi fornaci di laterizi in Lombardia, una fornace di tipo "Hoffmann" a doppio fronte di fuoco, nella quale si fabbricarono direttamente su licenza francese, le tegole piane tipo "marsigliese" e una buona gamma di tipi di laterizio leggero: i forati. 

Irrecuperabile, ciò che è rimasto dell'intero complesso della fornace, immerso nella boscaglia

È tradizione che la maggior parte dei lavoratori di laterizio in fornace, i cosiddetti "lottaroli" (da "lota", in linguaggio locale argilla), provenisse proprio dalla zona tra Brembio-Zorlesco-Casalpusterlengo. 

Tra le fornaci, ormai inattive, ancora presenti è possibile citare la fornace di Sandone a Lodi, costruita nella seconda metà dell'Ottocento, la fornace Bravi a Corno Giovane, la fornace Tarenzi a Codogno, la fornace Biancardi a Zorlesco. 

Col toponimo di "fornaci" si rilevano nel Lodigiano, oltre vari campi, alcune cascine e frazioni: ad esempio, frazione Fornaci di Borghetto Lodigiano, di Terranova Passerini, frazione Costa Fornaci tra Casalpusterlengo e S. Martino Pizzolano, cascina Fornaci di Vittadone di Casalpusterlengo, cascina Fornace di Castelnuovo Bocca d'Adda, di Turano Lodigiano, di Cerro al Lambro, di S. Zenone al Lambro, di Corte Palasio, di Lodi Vecchio, di Salerano sul Lambro, cascina Fornasotto di Galgagnano, cascina Fornelli di Secugnago. 

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Fonte:
Testo di Giacomo Bassi in: Ercole Ongaro, Il Lodigiano. Itinerari su una terra costruita
Edizioni Lodigraf, Lodi, 1989.














domenica 24 giugno 2012

Tempio civico dell'Incoronata - complesso


Indirizzo: Via Incoronata 25- Lodi (LO)

Tipologia generale: architettura religiosa e rituale

Tipologia specifica: chiesa

Uso attuale: intero bene: tempio civico

Uso storico: intero bene: destinazione originaria

Epoca di costruzione: 29 maggio 1488 - 1489


Autore:
Battagio Giovanni, progetto;
Dolcebono Giovanni Giacomo, costruzione / progetto campanile;
Ambrogio da Fossano detto Bergognone, decorazione interno;
Maggi Lorenzo, costruzione campanile;
Gerolamo da Comazzo, decorazione;
Pedoni Cristoforo, costruzione pavimento;
Piazza Cesare, Piazza Callisto, Piazza Scipione, decorazione interno;
Fontana Carlo, costruzione abside;
Legnani Stefano, decorazione coro e abside;
Lanzani Andrea, decorazione coro e abside;
Della Chiesa Giovanni, decorazione interno;
Brambilla Ferdinando, decorazione secondo ordine;
Lorenzini, rifacimento fregi;
Caremi Antonio, rifacimento fregi;
Madorati G., restauro dipinti;
Truzzi Afrodisio, progetto completamento facciata;
Della Chiesa Matteo, decorazione interno;
Piazza Martino, Piazza Albertino, Piazza Fulvio, decorazione interno;
Bignami Osvaldo, decorazione portico.


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Comprende:

Tempio civico dell'Incoronata, Lodi (LO)
Sacrestia (ex) del Tempio civico dell'Incoronata, Lodi (LO)
Sacrestia del Tempio civico dell'Incoronata, Lodi (LO)
Palazzo del Monte di Pietà, Lodi (LO)


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Configurazione strutturale: L'edificio è a pianta ottagonale, con sette cappelle 

a pianta trapezoidale e una cappella maggiore cruciforme, tutte sormontate da

un matroneo. Le pareti sono in laterizio; la copertura è costituita da una

cupola ottagonale, il cui estradosso è nascosto da un tetto in piombo. Alla

facciata è addossato un portico ottocentesco a tre arcate, sormontato da una

loggia a sei arcate e affiancato a sinistra da un campanile a cinque piani.



Descrizione

Scrigno sontuoso, esuberante di ornati all'interno, chiuso esternamente nella lucida sobrietà del prisma ottagonale, il tempio lodigiano si pone come episodio di fondamentale significato architettonico nell'ultimo Quattrocento lombardo, per il fatto di tradurre, in forme pienamente rinascimentali e attraverso la mediazione bramantesca, la semplicità strutturale e la densa simbologia delle piante centrali paleocristiane, così ricorrenti nella Milano del tempo di Ambrogio, ma anche nei battisteri romanici lombardi.

L'esterno dell'edificio, per l'esaltazione della nuda massa muraria scandita dalla sequenza orizzontale dei piani, sembra confrontabile con il tiburio di S. Maria dei Miracoli presso S. Celso a Milano, riconducibile al Dolcebuono.
Il volume compatto dell'ottagono è strutturato in verticale dallo slancio dei pilastri piegati a libro, riequilibrato dalla copertura piramidale a falde che culmina nella lanterna e si raccorda alla severa massa muraria sottostante per mezzo della fine invenzione della balaustra, aerea struttura a colonnine ed eleganti pinnacoli angolari.
All'interno del tempio sono molteplici i richiami alla bramantesca sagrestia di S. Maria presso S. Satiro, nella sequenza delle cappelle trapezoidali, uguali fra loro, aperte su ciascun lato dell'ottagono di base; nella ricerca dell'effetto illusionistico di profondità attraverso l'ardito scorcio dei cassettoni nelle volte a botte della cappella; nelle paraste piegate 'a libro' che inquadrano gli arconi delle cappelle stesse e le bifore del secondo ordine;

negli oculi posti alla base della cupola e nelle lunette di fondo delle cappelle; infine nei tondi modellati con intense teste in terracotta dipinta, collocati nelle vele degli archi di ingresso alle cappelle, opera probabile del De Fondulis.
Il rigore metrico della struttura, ammorbidito dall'uso sapiente degli effetti luministici e dal dinamismo indotto dall'ampliamento illusionistico dello spazio delle cappelle, qualificano l'interno del tempio al pari dello straordinario apparato decorativo, solo in parte originario ma frutto di un progetto fortemente unitario e spiccatamente orientato in senso 'moderno'.

Il recente recupero e restauro dell'immagine miracolosa della Vergine che fu all'origine della costruzione ha consentito di ipotizzare che l'opera sia stata radicalmente ripensata in occasione del trasferimento sull'altar maggiore della chiesa, avvenuto nel 1494. È possibile che tale prestigioso intervento rientrasse nel progetto decorativo per l'interno della chiesa che fu affidato nel novembre del 1497 ad Ambrogio Bergognone. La cappella maggiore dell'Incoronata veniva così a configurarsi come uno dei più prestigiosi complessi decorativi della Lombardia rinascimentale.
Incentrate, come già detto, sulla figura di Maria e sul tema dell'Incarnazione di Cristo, le tavole bergognonesche offrono una perfetta sintesi stilistica di cinquant'anni di Rinascimento in Lombardia, per le forti radici foppesche, l'eredità ormai matura di quel naturalismo affettuoso e intimistico che aveva caratterizzato il ventennio precedente, le molte tangenze con l'esperienza franco-fiamminga, e per la chiara apertura nella direzione di quel pacato classicismo che, nell'ultimo decennio del Quattrocento, un po' in tutta Italia, precede, annunciandoli, gli imminenti sviluppi della 'Maniera moderna'.


L'attività quarantennale di Callisto Piazza, rientrato a Lodi nel 1529 dopo il lungo soggiorno bresciano, qualificò profondamente l'assetto decorativo dell'Incoronata, determinando quella sostanziale omogeneità visiva che tuttora permane; tale fatto testimonia di una precisa volontà dei Fabbricieri dell'Incoronata ad aggiornare rapidamente la decorazione dell'edificio sulla base delle più moderne tendenze della pittura settentrionale.
I lavori di fine Seicento, relativi in particolare alla zona del coro, si configureranno infatti come una delle prime occorrenze lombarde del gusto rococò.


Sopra il matroneo corre la cornice dorata su cui si imposta la cupola, la cui costruzione risale agli anni dal 1491 al 1493. La decorazione della cupola è più volte mutata nei secoli: inizialmente fu affrescata, almeno in parte, da Giovanni Della Chiesa, ma di questi primitivi affreschi, che risalgono al 1493 non si sa nulla.

In seguito, nel 1616, grazie ad un lascito testamentario del nobile lodigiano Andronico Ponteroli la cupola fu ridipinta e dorata in un pesante stile barocco, stile che però, secondo il rinnovato gusto ottocentesco, parve in contrasto con le pure linee rinascimentali di tutta la chiesa.

Così nell'Ottocento si pensò di eliminare le sovrastrutture barocche e di ridipingere gli spicchi della cupola in uno stile più sobrio. La nuova decorazione fu affidata al pittore bergamasco Enrico Scuri che nel 1840 concepì per gli otto spicchi la gloria dei sette Santi lodigiani e l'Incoronazione della Vergine in corrispondenza dello spicchio che sovrasta l'altar maggiore.

In corrispondenza dell'ottavo della cappella della Passione è affrescata la gloria dei Santi Naborre e Felice.

In corrispondenza della cappella di Sant'Antonio è affrescata la gloria di Sant'Alberto Quadrelli.

In corrispondenza dell'ottavo della cappella della cantoria è affrescata la gloria del Beato Jacopo Oldo.

In corrispondenza dell'ottavo dell'ingresso principale è celebrata la gloria di San Bassiano, cui è dedicata la vela di fronte all'Incoronazione, per celebrare l'importanza del primo vescovo di Laus Pompeia e la devozione dei cittadini per il loro Patrono.

In corrispondenza della cappella dell'organo è rappresentata la gloria della Santa Lucrezia Cadamosti.

In corrispondenza dell'ottavo della cappella di San Paolo è rappresentata la gloria di San Giovanni di Lodi.

In corrispondenza della cappella di San Giovanni Battista è rappresentata la gloria di Santa Savina dei Tresseni.

La base della cupola è divisa in due fasce finemente decorate; nella seconda si aprono coppie di oculi alla base di ogni spicchio.

Le decorazioni riprendono lo stile di quelle originarie del primo ordine, con decori dorati su fondo blu, mentre anche gli spicchi sono divisi da fasce che si assottigliano verso l'alto, piegate a libbro, come le paraste del primo e del secondo ordine, ornate da una teoria di candelabre dorate su fondo blu lapislazzulo.

Le fasce si collegano nella sommità della cupola agli otto spigoli di un ottagono a rilievi dorati che fa da base alla lanterna.
Notizie storiche

Avvenne dunque, nel settembre 1487, che un'immagine affrescata della Madonna, posta sul muro esterno di una casa di via Lomellini, nel centro medievale della città, parlasse, ammonendolo, al frequentatore di una vicina casa di piacere e che, qualche giorno più tardi, guarisse miracolosamente un nobile lodigiano.
L'anno seguente, 1488, ottenuto il consenso del vescovo Carlo Pallavicino e del duca di Milano Ludovico il Moro, i lavori iniziarono con lo sgombero dell'area e la posa della prima pietra del santuario. In realtà da almeno un decennio il consiglio comunale andava manifestando la volontà di 'bonificare' il centro cittadino in modo che "el loco disonesto qual è sopra la piaza, e si può dire nel più bel transito della città, per più honestade sia tolto via, et posto in altro luoco più comodo et apto ad simile cosa". Venne così a determinarsi la spinta necessaria alla costruzione del maestoso tempio, la cui direzione fu affidata al lodigiano Giovanni Battagio. Nell'aprile 1489, dopo un collaudo delle strutture di fondazione condotto da Gian Giacomo Dolcebuono e Lazzaro Palazzi, il Battagio fu misteriosamente allontanato dal cantiere, la cui direzione passò allo stesso Dolcebuono, che condusse la fabbrica a completamento in tempi assai veloci, ultimando la cupola nell'aprile 1491.
Il primo intervento decorativo all'interno del tempio fu, nel gennaio 1494, il solenne trasporto dell'affresco miracoloso della Vergine, collocato sull'altar maggiore. Una conferma delle forti istanze civili e sociali che, nella vicenda costruttiva del santuario lodigiano, si intrecciarono ai significati religiosi e devozionali, venne dall'istituzione di una Scuola o Confraternita dell'Incoronata (1497) e dalla fondazione, nel 1512, da parte della Scuola stessa, del Sacro Monte di Pietà, che ebbe sede in ambienti attigui alla chiesa.


A partire dal 1496 e per tutto il primo ventennio del Cinquecento il responsabile tecnico della fabbrica è l'ingegnere lodigiano Daniele Gambarino, impegnato in opere lignee e murarie di non rilevante entità, mentre per la progettazione dello snello campanile viene richiesta la consulenza del Dolcebuono (1501). L'ultimo tratto della vicenda costruttiva rinascimentale dell'Incoronata prevede, entro la metà del Cinquecento, la conclusione del lungo iter realizzativo della balaustra esterna in marmo chiaro, detta anche 'ghirlanda'.

Frattanto, a partire dagli ultimi anni del Quattrocento, l'interno cominciava a essere decorato dal Bergognone e da Antonio Raimondi; entro il sesto decennio del Cinquecento l'attività feconda della bottega dei Piazza avrebbe rapidamente completato la sontuosa veste policroma dell'edificio. Se gli interventi seicenteschi (in particolare l'apertura di un lato dell'ottagono in corrispondenza dell'altar maggiore per la creazione del coro) non alterarono nella sostanza l'originario impianto architettonico e gli equilibri spaziali del tempio, il suo attuale assetto interno - specie nella parte della cupola e del matroneo - e alcuni elementi esterni come la facciata su strada e la lanterna sono invece il risultato delle radicali trasformazioni operate, tra accese polemiche, nel corso dell'Ottocento, sotto la direzione dell'architetto della Fabbrica del Duomo di Milano Pietro Pestagalli. Tra il 1989 e il 1995 Rosa Auletta Marrucci ha diretto un ciclo di lavori finalizzati alla conservazione dell'intero organismo architettonico, nelle sue parti originarie come in quelle di restauro.

L'organo fu costruito nel 1507 da Domenico Di Lorenzo da Lucca, i fratelli Daniele e Leonardo Gambarino realizzarono e dorarono la cornice lignea. Le ante che sono di Matteo Della Chiesa, rappresentano aperte: Madonna col Bambino e Santa Caterina d'Alessandria; chiuse i patroni di Lodi: San Bassiano e Sant'Alberto Quadrelli.

Orari di apertura
Tempio dell'Incoronata

Indirizzo: Via Incoronata, 25 - 26900 Lodi
Telefono: 0371/51083
Apertura: dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 18.00.
Messe feriali, domenica e festivi: 11.30 (i turisti devono uscire dal tempio dieci minuti prima dall'inizio funzione).
Ingresso: gratuito

S. Maria Incoronata, Lodi
Il bellissimo santuario dell'Incoronata costituisce la prima trasposizione fuori Milano del tipo della rotonda ottagonale con cappelle, proposto da Bramante nella piccola sacrestia di S. Maria presso S. Satiro, in un edificio ecclesiastico compiuto. Costruito in tempi rapidissimi - tre anni dopo la posa della prima pietra (1488) veniva voltata la cupola - dimostra l'intraprendenza e la vitalità economica della comunità lodigiana (legata in gran parte alla produttività delle campagne), ansiosa di trovare spazi di au-tonomia nella sudditanza politica ai duchi di Milano. Gli eventi da cui scaturì la fondazione ricalcano un copione ricorrente in questi anni: nel 1487 un'effigie della Vergine dipinta su una casa nel denso centro cittadino, redarguiva un frequentatore di un postribolo lì annidato e pochi giorni dopo guariva prodigiosamente un nobile lodigia-no infermo.

La scelta di liberare il sito per costruire un tempio dedicato a Maria fu immediata e nell'arco di un anno, ottenuto il consenso del vescovo Pallavicino e di Ludovico il Moro, iniziarono i lavori secondo il progetto del lodigiano Giovanni Bat-tagio (attivo a Milano dal 1465 come scalpellino e dal '74 ingegnere ducale). Sostitui-to il Battagio nel 1489 con Gian Giacomo Dolcebuono per errori nella costruzione non meglio precisati (che non dovettero comportare un mutamento del progetto), già nel '94, quando fu trasportato l'affresco sull'altare, l'interno cominciava ad essere decorato da Antonio Raimondi e da Ambrogio Bergognone; entro il sesto decennio del Cinquecento, grazie all'attività continuativa della grande bottega lodigiana dei Piazza - da Martino al brillante Camillo - la chiesa doveva essere completamente rivestita.


Difetti della copertura porteranno a rifare più volte la decorazione della cupola e del loggiato, che risale in definitiva al pieno Ottocento; la galleria fu ricondotta allo "stile bramantesco" sulla base della veduta interna della chiesa contenuta nella bellissima Presentazione al Tempio del Bergognone (cappella di S. Paolo). Se l'impianto S. Maria dipende senz'altro dalla "riscoperta" dei battisteri tardo romani e romanici lombardi, per le proporzioni slanciate e per la definizione del paramento architettonico interno Battagio si ispirò direttamente all'interpretazione bramantesca dei modelli antichi: le paraste piegate che inquadrano gli archi delle cappelle e le bifore, i tondi con le teste di terracotta dipinta (forse opera del cognato Agostino de' Fon-dutis), gli "occhi" alla base della cupola e nelle lunette di fondo delle cappelle guardano direttamente alla già citata sacrestia milanese; anche la ricerca di un effetto di maggiore profondità degli sfondati, compresi nello spessore murario forse per problemi di spazio, attraverso l'espediente illusionistico delle volte a botte strombate rivestite da cassettoni di dimensione decrescente è stata certamente ispirata dal noto coro prospettico del medesimo santuario milanese (mentre le bifore su colonnine della galleria appartengono ad un gusto decorativo più spiccatamente lombardo).




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Fonte: http://temi.provincia.mi.it/bramante/schede_lombardia/scheda3.html
Fai un tour virtuale del Tempio dell'Incoronata all'indirizzo internet:  http://www.incoronata.eu/