sabato 16 maggio 2015

Il mulino di San Rocco di Dovera



Il mulino ancora osservabile nella località di San Rocco di Dovera fu verosimilmente costruito, stando alla tradizione, nel XV secolo.
Di proprietà dei fratelli Granata dal 1850, esso venne affittato alla famiglia Codazzi fino al 1950, anno in cui subentrò come affittuaria la famiglia Sari. Quest’ultima ne divenne proprietaria nel 1956.
Una recente ristrutturazione ad opera dell'ingegner Giovanni Pedrazzini, ha consentito la possibilità di rivedere ai giorni nostri un'opera della tecnica lombarda.


L’acqua che muove la ruota del mulino proviene da due diverse rogge che incrociano le loro acque in prossimità dell’impianto: da sinistra giunge la roggia Chignola vecchia, che ripete il nome di una cascina poco lontana; da destra la roggia Dovarola, proveniente da Dovera.


 La manutenzione delle due rogge viene eseguita a mano periodicamente dagli agricoltori che ne hanno acquisito il diritto d’uso. Dopo il passaggio nella ruota, che avviene senza salto d’acqua e secondo il sistema detto “per di sotto”, l’acqua confluisce, attraverso una paratoia, nel fiume Tormo.

La ruota, di circa 7 metri di diametro e 80 centimetri di larghezza, ha una potenza di 14 cavalli.

Oggi il mulino lavora, sotto la direzione del mugnaio nonché proprietario Antonio Sari, per circa due ore al giorno, ossia quanto basta per produrre i quantitativi di farina integrale di granoturco occorrente all’alimentazione giornaliera dei suini allevati all’interno del complesso rurale. Fino al 1956 il mulino era adibito anche alla pilatura del riso, ma l’attività è stata interrotta per motivi di concorrenza economica.


La pila ora non esiste più, ma sono rimasti nel cortile della cascina alcuni blocchi di pietra traforati dai tipici vani a olla, a testimonianza dei pestini da riso utilizzati in passato.


Fino agli anni Settanta del secolo scorso il mulino produceva anche farina di frumento, proveniente da campi di proprietà dell’azienda stessa. Il mulino di San Rocco è un fabbricato di due piani che si sviluppano lungo il corso della roggia. La costruzione continua ad est con la cascina annessa che chiude un ampio cortile.


 Di pertinenza del vecchio mulino è il porticato per il riparo dei carri. Esternamente è rimasta una sola delle tre ruote di ferro che un tempo formavano l’impianto.


La ruota, di circa 7 metri di diametro e 80 centimetri di larghezza, ha una potenza di 14 cavalli. L’interno dell’impianto presenta una macina (due palmenti) per mais tuttora funzionante, mentre nel locale attiguo si trova, inutilizzata, una grande molazza, forse adibita in passato alla produzione di olio.



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L’eccezionale recupero è stato realizzato per la società Energyca di Codogno dall’ingegner Giovanni Pedrazzini.
Il mulino Sari a San Rocco rinasce come centrale idroelettrica.

E’ tornata a girare la vecchia ruota del mulino Sari di San Rocco di Dovera. Merito del committente, la Società Energyca di Codogno, e dei suoi proprietari, che hanno creduto nel progetto di recupero. Merito soprattutto dell’ingegner Giovanni Pedrazzini, il padre dei nuovi mulini che, pur mantenendo le sembianze originarie di due secoli fa, oggi funzionano producendo energia pulita. Il risultato della comunione d’intenti fra Energyca, i Sari e l’ingegner Pedrazzini è sotto gli occhi di tutti, nella piccola frazione a due passi da Dovera. E rappresenta un esempio di perfetto recupero di uno dei tesori dell’economia lombarda: in tempi di crisi e di globalizzazione sfrenata, ridare vita a queste vecchie ruote, i cui ingranaggi sono levigati dal tempo e dalla laboriosità dell’uomo, rappresenta un investimento eccezionale. Un pezzo dell’economia e della tecnologia lombarda è dunque tornato a funzionare e questa è una vittoria per il territorio e per le nuove generazioni, che avranno modo di vedere da vicino, in tutto il suo splendore, il rinato mulino Sali. n un borgo preziosoIl suo “restauratore”, l’ingegner Pedrazzini della Ser.Ge.M.A. di Guardamiglio, è entusiasta. E propone di accompagnarci al vecchio mulino. L’appuntamento è davanti alla chiesa di San Rocco. Percorriamo la vecchia statale 235 fino a Fontana, poi giriamo a sinistra in una stradina asfaltata che si intrufola nei campi. I fossi ai lati della strada, la carreggiata strettissima, l’assenza di cartelli e indicazioni: forse è anche per questo che San Rocco di Dovera ha mantenuto tutto il suo fascino rurale. Arriviamo alla chiesetta, una pieve di campagna che custodisce tesori pregiati (vedi i lavori del Piazza) e troviamo l’ingegner Pedrazzini. Il restauratore dei mulini è pieno di entusiasmo, è un fiume in piena. Ci mostra da fuori il mulino della famiglia Sari e indica la roggia Dovarola che mette in movimento la grande ruota rimessa a nuovo. «È acqua purissima - avverte l’ingegner Pedrazzini -, arriva da una risorgiva. Proprio per questo la sua temperatura non scende mai sotto i dodici gradi centigradi e quest’inverno, quando la campagna era gelata, ci ha regalato uno spettacolo davvero impagabile: da un lato le temperature esterne sotto lo zero, dall’altro la grande ruota che pescava l’acqua della roggia, sopra lo zero, e che per questo sprigionava una grande nuvola di vapore che investiva l’esterno del mulino». n un simbolo di famiglia. La ruota è il simbolo della famiglia Sari. Ha funzionato fino all’inizio degli anni Ottanta, poi il progresso l’ha messa da parte ed è arrivata fino al nuovo millennio con più di un acciacco. «L’ho studiata a lungo - dice l’ingegner Pedrazzini - e mi sono reso conto che siamo di fronte a una ruota di Victor Poncelet, celebre professore francese di meccanica applicata presso l’arsenale di Metz e ufficiale dell’esercito napoleonico». Una storia affascinante, senza dubbio. Cosa ci faceva Poncelet in mezzo alla pianura Padana, in un posto che anche oggi è costituito da qualche cascinale, una piccola pieve e quattro case? «Poncelet era ufficiale dell’esercito - ribadisce Pedrazzini - e nel 1796, durante la campagna d’Italia, una colonna di francesi ha rincorso gli austriaci in ritirata. Probabilmente la ritirata austriaca passò da queste parti. È inoltre probabile che i francesi si fermarono proprio a San Rocco di Dovera ed è testimoniato dagli ex voto nella chiesetta. Fatta questa premessa - aggiunge Pedrazzini - passiamo alla ruota del mulino, che ha una paratoia identica a quella progettata da Poncelet. Sono convinto che la ruota di Poncelet, distinguibile dalle altre proprio per il particolare della paratoia, sia stata applicata a San Rocco. E infatti accanto alla ruota, su una pietra, è incisa una data: 1802, esattamente sei anni dopo il passaggio dell’esercito francese». n un recupero prodigiosoOggi, visto dall’esterno, il mulino mostra tutto il suo fascino. La ruota è stata recuperata alla perfezione, rispettando le tecnologie di due secoli fa e arricchendola con delle chicche della tecnica moderna che sono comunque quasi invisibili, o perché piccolissime, o perché integrate all’interno di una struttura antica. Il risultato, come detto, è a prima vista eccellente. È un libro aperto sulla vita nei campi, potrebbe essere considerato un vero museo, sebbene il recupero del mulino non sia stato realizzato per questo scopo preciso. n una tecnologia anticaAlla base del restauro e della conversione in centrale idroelettrica c’è uno studio approfondito, che ha portato l’ingegner Pedrazzini a sfogliare testi tecnici ormai quasi introvabili. Per capire come funzionava la ruota di Poncelet è stato alla Biblioteca dell’università di Pavia e ha allargato i suoi orizzonti alla Spagna. «Ho ricevuto una lettera da una libreria di libri antichi di Comellas, a Barcellona, l’unica che aveva ancora qualche copia del libro di Poncelet - rivela Pedrazzini -, così me lo sono fatto immediatamente inviare e ho passato un’estate, sulle montagne di Cortina, nel Cadore, a studiare quel testo, scritto in un francese meraviglioso». Dopo lo studio, la ruota ammalorata è stata smontata e portata in officina. Era il luglio 2007. «A settembre erano pronti i disegni delle nuove palette - spiega Pedrazzini - poi abbiamo rifatto l’albero, i cuscinetti. Una volta ultimata, la ruota è stata rimontata sul vecchio mulino. Ricordo ancora quella giornata, con un tempo da lupi. Facciamo però un passo indietro - aggiunge - il lavoro mi è stato commissionato nel 2007 dalla ditta Energyca di Codogno, da un giovane ingegnere, Bruno Biffi. Inizialmente si pensava a rimettere in vita il mulino dotandolo di una turbina per la produzione di energia elettrica da vendere all’Enel. Poi, con un coraggio da leoni, abbiamo deciso invece di riportare il mulino alle sue origini, di sistemare la ruota di Poncelet del 1802 e di produrre energia sfruttando un salto d’acqua quello della roggia Dovarola, di 2 metri e settanta centimetri, con una portata variabile fra gli 80 e i 650 litri». Oggi quell’idea ambiziosa è una splendida realtà. «L’impianto elettrico è come quello di una centrale idroelettrica, è identico - afferma soddisfatto l’ingegner Pedrazzini - la ruota del mulino usa la trasmissione originale e mette in azione una generatrice asincrona che è collegata alla rete elettrica. La potenza massima è di undici kilowatt. Possiamo produrre circa 50mila chilowattora all’anno». Dal mulino che un tempo produceva farina, oggi si genera corrente, che viene venduta all’Enel. Il tutto nel rispetto della struttura originaria. Ma c’è di più, perché se la famiglia Sari lo volesse, anche oggi potrebbe rimettersi a macinare il grano come faceva due secoli fa. n un meccanismo perfetto. L’interno del mulino, con tutti i macchinari collegati alla ruota, è infatti rimasto intatto e funzionante. Vedere girare gli ingranaggi silenziosissimi, mossi dalla Dovarola, è qualcosa di unico. Superato il grande portone del mulino si accede a un mondo magico, che la famiglia Sari sta in parte ristrutturando per adibirlo a agriturismo. Il restauro, però è rispettoso dell’assetto originario della corte e gli ambienti profumano di antico. In un futuro non troppo lontano sarà possibile pranzare accanto al mulino, vedere gli ingranaggi che silenziosi girano, producendo energia pulita. A regolare l’acqua che alimenta la ruota del 1802 è stato installato un sofisticato sistema computerizzato, che muove la paratoie: un sistema che però è integrato nel mulino e quasi non si nota. E forse, anche quest’ultimo accorgimento, la dice lunga sulla bontà del restauro, che ha regalato a Dovera, ma in generale a tutto il territorio, un vero gioiello della tecnica lombarda.
Fonte: Il Cittadino
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Fonte:
- http://ecomuseo.provincia.cremona.it/resource/documents/quaderno3.pdf;
- Il Cittadino.

lunedì 30 marzo 2015

La fornace del Sandone


La fornace del Sandone, prende il nome dalla cascinetta che vi sta davanti.

Costruita nella seconda metà dell'Ottocento, quì vi  furono cotti tutti i mattoni con i quale fu fatto il grande sotto-passaggio della ferrovia, tuttora perfettamente a posto, a dimostrazione di un lavoro ben fatto e rigoroso.

Anticamente le fornaci erano adibite alla cottura dei materiali argillosi, quali laterizi, vasi, statue.
Nel Lodigiano l'uso delle fornaci ha tradizioni lontane, probabilmente legato già alla cottura del vasellame della cultura protovillanoviana, dei cosiddetti "campi d'urne", tra Miradolo, S. Colombano al Lambro, Graffignana (1200 a.C.). Testimonianze posteriori si hanno poi coi "tegoloni" delle tombe gallo-romane, di cui alcuni sono conservati nei musei di S. Colombano e di Lodi.

È senz'altro il periodo romano che determina l'affermarsi dell'uso delle fornaci nel Lodigiano: territorio privo di pietra naturale da costruzione, si deve basare sulla "pietra artificiale" cotta, per erigere manufatti ed edifici. Altra componente primaria di tutto ciò è la presenza, in questa zona, nel primo sottosuolo, di filoni argillosi. 

I mattoni in cotto ben conservati della Fornace Sandone che costituiscono l'intera copertura delle pareti del sotto-passaggio della linea ferroviaria di Lodi

Le argille dominano per una vasta striscia che serpeggia da Zelo Buon Persico a Paullo, a Mulazzano, proseguendo poi per Tavazzano, Lodi Vecchio, sino alla costiera del Lambro, toccando S. Angelo Lodigiano e Borghetto Lodigiano. Un altro filone segue la linea del Brembiolo: Brembio, Zorlesco, Casalpusterlengo, Somaglia. Un'altra vena di argille, dette "litone" di Po, si trova tra Senna Lodigiana e Orio Litta, argille molto pure usate per stoviglie e lavori particolari e argille meno pure usate per lavori ordinari: mattoni. 

Indiscussa e ricca la produzione di laterizi e vasellame in epoca romana. Tradizione che si consolida e prosegue poi nelle epoche successive: "i tegoloni" di epoca longobarda, i "cotti" delle abbazie benedettine e cistercensi. 

Il camino della fornace, l'unico manufatto dell'intero complesso che è ancora visibile

Di una fornace, sull'antico corso della Venere, tra Lodi Vecchio e Tavazzano, si parla in un documento del 1221 e può aver avuto un ruolo nelle ricostruzioni di Laus nel periodo delle lotte comunali con Milano. Un'altra è stata attiva fino a non molto tempo fa tra Lodi Vecchio e Salerano al Lambro. Una fornace ebbero i cistercensi di Valera per i bisogni della loro estesa possessione ed è probabile che ne avessero una anche quelli del Cerreto. 

Un'altra fornace di laterizi di notevole importanza, di proprietà del duca Francesco Sforza di Milano, si trovava appena fuori la città di Lodi, presso l'Adda, prima del 1452. 

Tra Cinquecento e Seicento si evolve la tradizione delle maioliche e ceramiche a Lodi, industria legata al laterizio. 

È un vasaio e fornaciaro casalese, secondo la tradizione, nel secolo XVI a costruire, plasmandola con l'argilla e cuocendola in fornace, la statua di buona fattura della Madonna dei Cappuccini di Casalpusterlengo. Nel 1524 per l'erezione dell'oratorio di S. Rocco di Dovera fu preparata e attivata una fornace di laterizi nelle vicinanze: infatti alcuni campi della zona portano ancora la denominazione di "fornace". 

Il laterizio ed il cotto sono protagonisti indiscussi dell'architettura lodigiana. A Lodi le varie fornaci fuori porta Adda sono derivate dall'editto del 30 marzo 1728 del Senato di Milano che ordinava di trasportare fuori città le fornaci di maioliche, calce, mattoni ed altri laterizi, perché spesso minacciavano incendi. 

È probabile che per l'erezione di grandi complessi agricoli (cascine) si facesse ricorso alla costruzione di fornaci nelle immediate vicinanze: fornaci di tipo "a pignone" semplici, ma funzionali. 

Le fornaci classiche tuttora in parte visibili sono di tipo "Hoffmann" con un'alta ciminiera centrale o laterale all'edificio. Sulle cosiddette "coste" tra Casalpusterlengo e Somaglia ebbe sede alla fine del secolo scorso una delle più grandi fornaci di laterizi in Lombardia, una fornace di tipo "Hoffmann" a doppio fronte di fuoco, nella quale si fabbricarono direttamente su licenza francese, le tegole piane tipo "marsigliese" e una buona gamma di tipi di laterizio leggero: i forati. 

Irrecuperabile, ciò che è rimasto dell'intero complesso della fornace, immerso nella boscaglia

È tradizione che la maggior parte dei lavoratori di laterizio in fornace, i cosiddetti "lottaroli" (da "lota", in linguaggio locale argilla), provenisse proprio dalla zona tra Brembio-Zorlesco-Casalpusterlengo. 

Tra le fornaci, ormai inattive, ancora presenti è possibile citare la fornace di Sandone a Lodi, costruita nella seconda metà dell'Ottocento, la fornace Bravi a Corno Giovane, la fornace Tarenzi a Codogno, la fornace Biancardi a Zorlesco. 

Col toponimo di "fornaci" si rilevano nel Lodigiano, oltre vari campi, alcune cascine e frazioni: ad esempio, frazione Fornaci di Borghetto Lodigiano, di Terranova Passerini, frazione Costa Fornaci tra Casalpusterlengo e S. Martino Pizzolano, cascina Fornaci di Vittadone di Casalpusterlengo, cascina Fornace di Castelnuovo Bocca d'Adda, di Turano Lodigiano, di Cerro al Lambro, di S. Zenone al Lambro, di Corte Palasio, di Lodi Vecchio, di Salerano sul Lambro, cascina Fornasotto di Galgagnano, cascina Fornelli di Secugnago. 

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Fonte:
Testo di Giacomo Bassi in: Ercole Ongaro, Il Lodigiano. Itinerari su una terra costruita
Edizioni Lodigraf, Lodi, 1989.














domenica 15 marzo 2015

Palazzo Calderari a Turano Lodigiano (LO)

Indirizzo: Via Giuseppe Garibaldi, 50(P),66,64,62,60,58,56,54,52 (Nel centro abitato, in posizione dominante) - Turano Lodigiano (LO)

Tipologia generale: architettura fortificata
Tipologia specifica: castello
Epoca di costruzione: post 1675 - ante 1723

Uso attuale: intero bene: abitazione/ spazio espositivo
Uso storico: ala ovest: abitazione; intero bene: palazzo nobiliare
Condizione giuridica: proprietà privata

Il Palazzo Calderari, che sorge nel paesaggio agrario di bellezza pressochè intatta del Parco Adda Sud, è una trasformazione tardo-barocca del castello di Turano, che fonti storiche documentano già nell'VIII secolo, e che venne raso al suolo dagli Ungari nel X secolo. Su quelle fondamenta, ancora in parte riconoscibili nella struttura "a scarpa" del basamento, venne edificata la sontuosa villa di delizie dei marchesi Calderari, investiti del feudo di Turano dal 1675.

La proprietà passò successivamente di mano, prima ai Cima e dal 1853 ai Pitoletti, nobile famiglia che già possedeva a Lodi lo splendido palazzo già dei Modegnani. L'edificio fu assegnato come dote monacale alle sorelle Adalgisa ed Adelaide Pitoletti, entrate a far parte dell'ordine delle Canossiane, che ne presero possesso nel 1889, e vi istituirono attività assistenziali e caritative, fra cui un istituto per la cura e la rieducazione delle fanciulle sordomute.

Le Canossiane vi rimasero fino a non molti anni fa, quando cedettero il complesso, in stato di grave degrado, agli attuali proprietari, che dal 1996 vi hanno intrapreso un'intensa opera di restauro conservativo, i cui risultati hanno permesso il recupero del primitivo splendore, sia all'esterno che negli ambienti interni. In assenza di riscontri documentali, è difficile assegnare una paternità all'architettura dell'edificio, che presenta caratteri abbastanza simili ad altre ville di delizie dei secoli XVII e XVIII esistenti nel territorio (villa Barni di Roncadello, Palazzo Carcassola di Comazzo, Rocca Brivio di Melegnano).


L'edificio è a pianta quadrangolare, costituito da quattro corpi fabbrica che al pianterreno presentano su ciascun lato un portico a tre arcate, aperto sul cortile.
Le facciate, sia esterne che interne, sono estremamente semplici ma armoniose: la superficie muraria, i cui intonaci sono stati ripristinati, è scandita da due file di finestre nell'ala padronale, e da tre file di finestre più piccole nelle ali laterali.
La facciata principale è ornata da quattro meridiane affrescate abbastanza curiose, che recano i segni zodiacali delle quattro stagioni.

Spicca l'elegante arabesco decorativo dei ferri battuti di alcuni balconi, della lunetta che sovrasta il portale di accesso


e della ringhiera della scala che mette in comunicazione il piano terreno con l'ampio giardino sul lato orientale della villa.
Al pianterreno l'ala centrale consta di tre sale per parte, simmetricamente allineate a destra e a sinistra del salone centrale, tutte affrescate (nelle sopraporte e nei soffitti) con motivi di finte architetture a "trompe-l'oeil", medaglioni racchiudenti paesaggi, scene storiche o allegoriche, busti all'antica.


Assai bello è il monumentale scalone d'onore a doppia rampa, purtroppo mutilato della balaustra in marmo a colonne.

Il corpo centrale, che corrisponde all'appartamento di rappresentanza, è su due piani e presenta un sopralzo sovrastante l'immenso salone delle feste del piano nobile, che è quindi a doppia altezza.



Anche quì la decorazione è settecentesca; il salone da ballo è decorato da importanti affreschi a tema mitologico sulle pareti e nella volta.
L'interno restaurato ed adibito a sala ricevimenti

L'appartamento è stato internamente restaurato, eliminando le ridipinture più tarde che ne rendevano difficile la lettura.




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Fonte: opuscolo giornate FAI di primavera 2014
Testo: Maria Emilia Moro

domenica 8 febbraio 2015

Castello Procaccini di Chignolo Po (PV)


L'antico castello Cusani-Visconti, ora Procaccini, di Chignolo Po, definito "la Versailles della Lombardia", è una delle più fastose residenze castellane di campagna della regione. Edificato nel secolo XIII, e fino al '600 roccaforte inespugnabile, venne agli inizi del '700 trasformato nella nobile dimora che riecheggia i fasti delle regge europee.


L'intero complesso monumentale, che si innalza con due scenografici prospetti circondato da un ampio parco digradante su due livelli e ricco di preziose essenze, è formato da tre corpi: il castello, il Borgo o Ricetto (atto ad accogliere la popolazione di Chignolo in caso di attacco nemico) e la Tea House, un magnifico belvedere di elegante architettura che ricorda la Gloriette di Schonbrunn.



Il nucleo più antico è la torre, alta 43 metri, fatta edificare probabilmente da Liutprando, re dei Longobardi, nel 740 d.c. come vedetta tra due fiumi, il Po ed il Lambro. Chignolo, o Cuniolus ad Padum, prese nome proprio dalla sua posizione di cuneo fra i due bacini fluviali, lungo il tracciato della via Francigena. Nel X secolo la torre, con la proprietà circostante, venne donata dal re Berengario ai Benedettini, che bonificarono e coltivarono la valle sottostante a difesa del territorio, spesso minacciato da eserciti discendenti dal nord, tra cui gli Ungari.




Alla fine del secolo XIII la proprietà venne donata ai Visconti, che costruirono la fortezza. Gian Galeazzo la donò al feudatario Stefano Federici, e questa famiglia governò per quarant'anni. Estintosi il ramo maschile , una nobildonna Federici sposò un senatore del Regno di Milano , Gerolamo Cusani. I Cusani entrarono in questa dimora nel 1486 e vi rimasero per quasi cinque secoli, fino al 1936, quando l'ultimo discendente lasciò la sua eredità al Sovrano Ordine di Malta, che lo cedette all'attuale proprietario, la famiglia Procaccini, nel 1988.
Il castello subì alla fine del Seicento una grande trasformazione, che gli conferì l'impronta di reggia: un potente e ricco cardinale della famiglia Cusani, Agostino, affidò il progetto di trasformazione ed ampliamento ad uno dei più rinomati architetti del tempo, Giovanni Ruggeri, creatore delle più belle ville di delizie della Brianza, ed anche della vicina Villa Litta di Orio Litta.



Il Ruggeri prosciugò il fossato, modificò le bifore e le trifore in più ampie finestre, eliminò il ponte levatoio di legno, sostituendolo con uno in muratura e rese meno severa la facciata nord collocandovi sei statue allegoriche: da sinistra, nell'ordine, la Chiesa, la Roma classica, due Naiadi (ninfe delle acque), la Repubblica di Venezia, la Fortezza.


 Il cardinale Agostino, nunzio apostolico di Venezia, ammirava molto gli artisti di questa città: insieme a maestranze lombarde, chiamò infatti anche artisti veneti, stuccatori e decoratori di scuola tiepolesca, per la realizzazione delle pitture delle sale di rappresentanza.
L'ingresso principale è dal lato settentrionale, ed è sovrastato da dipinti cinquecenteschi raffiguranti la fauna locale: il corvo, la civetta, il serpente. Significativa è anche la parete ornata di stemmi delle famiglie proprietarie: il biscione visconteo, la croce e il cappello cardinalizio del cardinale Cusani.





Sotto la lampada è collocata una Sacra Famiglia di scuola leonardesca, in precedenza ubicata in una cappella lungo l'argine del Po e quì trasportata nel '600. Altri affreschi, prima occultati sotto uno strato di calce, sono stati di recente scoperti vicino alla porta della piccola Cappella di famiglia che si apre sotto l'androne di accesso, arricchita di preziosi marmi.






Dalla corte d'onore si ammira l'alta facciata della torre, con l'unica finestra del '400 ancora circondata dalla cornice in cotto, e ancora più in alto due finestre del '200.

 La corte era più piccola, ma il Ruggeri fece abbattere una parte del castello realizzando i portici con colonne in pietra di Baveno, trasportata per via fluviale e lavorata in loco. Nelle intenzioni dell'architetto anche il lato meridionale avrebbe dovuto essere abbattuto, per adeguare il progetto allo schema ad U tipico delle ville settecentesche della Brianza, ma il cardinale si oppose, venne così solamente aggiunto l'elegante balcone barocco con preziosa balaustra de ferro battuto.



Le sale del piano terreno e del primo piano, e così lo scalone, presentano una fastosa decorazione affrescata, con soggetti mitologici e allegorici di scuola tiepolesca. Sono attualmente visitabili il Salone delle Feste, o delle Quattro Stagioni, dalla volta a doppia altezza sorretta da una fuga di architetti intervallati da finestre affacciate sul parco e finestre cieche, arricchite da dipinti, la Sala delle Ebe, la Sala Eolo e la Sala del Trono.



Di notevole interesse sono anche i sotterranei con gli ambienti rustici: la cucina, con i suoi arredi quì raccolti, a documentare la storia della vita quotidiana al castello dall'XI al XX secolo, quando la famiglia Cusani, autosufficiente, produceva grano, vino, latte, miele e carni.




Si conservano tuttora il pozzo, la ghiacciaia, il montacarichi, realizzato alla fine dell'800, poichè la disponibilità economica della famiglia consentiva l'introduzione di novità tecnologiche aggiornate.









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Testo: Maria Emilia Moro - da documento FAI - delegazione di Lodi-Melegnano.
Giornate FAI di primavera: 22-23 marzo 2014.
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Fonte: http://www.castelloprocaccini.it/visite.aspx

VISITE GUIDATE
da Aprile ad Ottobre (escluso Agosto)
Domenica e festivi : dalle 15.00 alle 18.00 (ultima visita)
Nei giorni feriali per gruppi di minimo 12 persone (previa prenotazione)
Biglietto Intero: € 8.00 - adulti
Biglietto Ridotto: € 7.00 - gruppi e over 65 anni
Biglietto Ridotto: € 5.00 - scolaresche e bambini dai 6 ai 12 anni
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